L’incontro “Nòstoi”, ospitato presso la Fondazione Il Vallato e organizzato dall’odv Roti, è stato molto più di un momento culturale: è stato uno spazio di consapevolezza collettiva sul paesaggio, sull’identità delle aree interne e sul futuro dell’Appennino marchigiano. Presentato dall’architetto Carlo Brunelli e dal dott. Jacopo Angelini, l’incontro ha affrontato una questione centrale: smontare la narrazione delle aree interne come territori marginali e restituire loro la profondità storica e culturale che meritano, “Nòstoi” significa ritorno. Ma non ritorno nostalgico. Un ritorno alla comprensione. È stato ricordato come il paesaggio marchigiano, quello che oggi ancora ci incanta e che viene promosso turisticamente, non sia un paesaggio “naturale” in senso spontaneo. È un paesaggio costruito nei secoli: dai monaci che bonificavano e organizzavano il territorio, dai pastori che mantenevano vivi i pascoli, dalla mezzadria che disegnava una trama fittissima di filari, alberate e campi delimitati. È un paesaggio della necessità, nato da un sapere concreto, legato alla geologia, all’acqua, alla gestione delle risorse. I borghi non sono posizionati per estetica, ma per logica insediativa. Le fonti si trovano dove la struttura del suolo lo permette. I pascoli generano biodiversità. Le foreste regolano il ciclo dell’acqua. Le aree interne non sono state arretrate per natura: sono diventate fragili quando si è rotto il rapporto tra comunità e territorio. È emerso con forza un altro punto: l’Appennino non è un peso per la regione, ma un generatore di servizi ecosistemici. Le foreste producono acqua, mitigano il clima, stabilizzano i suoli. È nelle zone interne che si crea l’equilibrio che permette anche alla costa di vivere. Eppure continuiamo a raccontarle come destinate all’abbandono. Forse nei prossimi anni, con l’intensificarsi dei cambiamenti climatici, assisteremo a un movimento contrario: la ricerca di acqua, ombra, fertilità. Forse sarà proprio l’interno a rappresentare una risorsa strategica. L’incontro ha lasciato una domanda aperta: vogliamo continuare a celebrare un paesaggio come cartolina o vogliamo comprenderne la logica profonda per custodirlo davvero? Perché il paesaggio non è solo bellezza. È memoria, lavoro, equilibrio. È relazione. E se perdiamo quella relazione, perdiamo molto più di uno scenario.
