Venerdì 22 maggio si è svolto nella sala conferenze della Fondazione Il Vallato la chiusura del progetto pilota del Progetto Experia – Percorsi di Empowerment, rivolto ai giovani del Comune di Matelica, per sviluppare in loro autostima, autodeterminazione e autoefficacia attraverso un percorso di laboratori esperenziali con varie attività e giochi. L’empowerment si può definire come un processo di crescita e auto-valorizzazione attraverso cui individui o gruppi acquisiscono consapevolezza, controllo e potere decisionale sulla propria vita. L’evento è stato l’occasione per ascoltare dalla voce dei ragazzi la loro esperienza in questo primo percorso di 5 incontri e per presentare e condividere con gli intervenuti lo sviluppo futuro del progetto stesso. Da dove nasce questo progetto?

Ne parliamo con la dottoressa Mara Di Bartolomeo, autrice e conduttrice del progetto.

Le cronache di questi giorni riportano eventi di un disagio sociale critico e diffuso che riguarda giovani nelle fase di età tra i 15 e i 20 anni. Volendo provare ad attuare una politica di prevenzione di questi fenomeni ci siamo posti due domande: di cosa hanno bisogno i nostri giovani? E nel concreto, come possiamo aiutarli? Le nostre considerazioni non sono nuove, già dal 1992 l’Organizzazione Mondiale della Sanità si era posto il problema fornendo delle indicazioni più che precise in merito. Il progetto Life Skills dell’Oms (1994) è nato con l’obiettivo di promuovere la salute psico-sociale dei soggetti in età evolutiva e adolescenti attraverso l’apprendimento di competenze psico-sociali trasversali e coinvolte nella regolazione emotiva e delle relazioni sociali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito le Life Skills come “capacità di comportamento positivo e adattivo che consentono alle persone di affrontare efficacemente le richieste e le sfide della vita quotidiana” (Documento WHO//MNH/PSF/93.7°). Le 10 competenze psicosociali sono suddivise in aree cognitive, emotive e relazionali e permettono di agire in modo versatile ed efficace per affrontare le piccole e grandi sfide di tutti i giorni. Si tratta di abilità trasversali che non derivano da conoscenze teoriche, bensì dal modo in cui si gestiscono emozioni, relazioni, decisioni e situazioni complesse che ci troviamo a fronteggiare. Sono quindi competenze pratiche, acquisibili e applicabili in ogni contesto: dalla scuola al lavoro, alla vita personale.

E rispetto a questo cosa avete fatto?

Abbiamo deciso di creare un percorso di empowerment che permetta ai nostri ragazzi di sperimentarsi nelle competenze che riguardano la consapevolezza di sé (conoscenza del proprio carattere, punti di forza/debolezza, desideri e insofferenze, bisogni, risorse e talenti), la gestione delle emozioni (riconoscere le emozioni in noi stessi e negli altri, comprese le conseguenze sul comportamento), la gestione dello stress (riconoscere le fonti di tensione nella vita quotidiana e controllarle), l’empatia (capacità di comprendere gli altri) e in ultimo la comunicazione efficace (assertività e anassertività passiva/aggressiva).

Perché fare un progetto pilota?

Ad oggi non esistono percorsi specifici di empowerment per la fascia di età compresa tra i 16 e i 20 anni perché solitamente questo tipo di percorsi sono riservati a momenti di crescita personale post laurea direttamente connessi con l’entrata nel mondo del lavoro. Volevamo fare un progetto pilota per essere sicuri che il percorso fosse adatto ai giovani e testarlo. Utilizzando le tecniche del Counseling e dell’Art Counseling abbiamo creato un percorso di 5 incontri che potesse creare consapevolezza, competenze e divertimento. Vista la delicatezza degli argomenti trattati abbiamo scelto di far supervisionare l’intero progetto al dott. Stefano Mori, psicologo, psicoterapeuta e formatore nonché co-conduttore degli incontri

Siete riusciti nel vostro intento?

Direi proprio di sì. I ragazzi sono rimasti molto soddisfatti e soprattutto si sono divertiti molto. Il gioco, inserito in ogni incontro e il divertimento in generale, rappresentano un fattore determinante nella crescita a tutte le età. I ragazzi hanno apprezzato al punto di chiedere al Presidente della Fondazione il poter fare un’altra serie di incontri che partirà a settembre per continuare il percorso di crescita iniziato.

Come continuerà il progetto?

Il progetto Experia ripartirà a settembre. Insieme ai ragazzi del progetto pilota realizzeremo un docu-film che possa essere un mezzo di promozione del percorso presso i giovani. Poi inviteremo tutte le strutture che si occupano a vario titolo dei giovani a prendere parte attiva alle nostre attività per studiare insieme le modalità più consone per presentare il percorso ai giovani del nostro Comune per formare altri gruppi e avviare i percorsi da concludere entro il 2026 con una conferenza sulle opportunità concrete presenti sul territorio di crescita personale riservate ai ragazzi.

Sempre in termini di prevenzione del disagio giovanile?

Sarebbe bello che cominciasse a cambiare proprio questo tipo di cultura: l’obiettivo non è quello di prevenire il malessere quanto trasmettere loro le competenze necessarie per affrontare efficacemente le richieste e le sfide della vita quotidiana. Se diamo loro gli strumenti per potersi comprendere, per poter capire ciò che sentono e come desiderano rapportarsi rispetto a tutto ciò, diamo loro la libertà di scegliere come comportarsi e non subire passivamente gli eventi. E comunque non siamo gli unici a muoversi in tal senso: la Regione Emila Romagna ha deliberato a febbraio 2026 900 mila euro per interventi di Counseling per i giovani e per le loro famiglie da fare singolarmente o in gruppo, esattamente come stiamo facendo noi in modo circoscritto, grazie alla sensibilità verso l’argomento e la sponsorizzazione della Fondazione Il Vallato a cui va tutto il nostro ringraziamento.

E per gli adulti non è previsto niente?

Per ora no, ma credo sarebbe possibile in futuro fare un percorso antistress.

Per concludere, cosa ti ha colpito di più di tutto il lavoro fatto finora?

La cosa che mi ha colpito di più è stata la risposta che uno dei ragazzi, durante l’incontro di chiusura del progetto pilota, ha dato al Presidente che gli domandava quale cambiamento notava in se stesso dopo il percorso: gli ha risposto, sorridendo, che ora poteva dare un nome a ciò che provava e ciò lo faceva stare bene.